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venerdì 22 Ottobre 2021
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«Nei miei pomeriggi sansiriani, oggi mesti e ventilati, mi accompagnavo spesso a Enrico Camici, il fantino di Ortello, Orsenigo, Tenerani, Ribot, Molvedo eccetera eccetera. Camici era pisano. Era venuto a Milano che era un fantolino (fantolino, da cui fantino). Parlava toscano e, teneva a sottolinearlo, pure il dialetto milanese. «Pisa-Grosseto-Livorno, mi spiegava, sono terre di uomini e di cavalli. Ma ad essi, continuava, bisogna aggiungere Milano e San Siro. Senza Milano e il suo pubblico – quel miglio e mezzo in pista grande! – non avremmo mai creato dei veri autentici crack».
Così scriveva Mario Fossati sulla Repubblica del 16 luglio 2004, passando in rassegna alcuni illustri protagonisti di San Siro, come appunto l’inseparabile compagno del campionissimo Ribot e di suo figlio Molvedo, il cui ricordo è raccolto nella puntata numero 120 di Mondo Galoppo, grazie alle parole della figlia maggiore Ofelia e del genero Gaetano Benetti, ex allenatore, vincitore di 19 corse di Gruppo 1.
Nato a Barbaricina il 31 gennaio del 1912 e trapiantato a Milano ad appena nove anni, Camici, che non amava la frusta, è stato uno dei simboli del galoppo italiano, diventando buon allenatore, subito dopo aver deciso di chiudere la strepitosa carriera da fantino nel luglio del 1969. Mondo Galoppo lo omaggia a 30 anni dalla morte (17 marzo 1991), e a due giorni dal Premio del Jockey Club, in programma domenica 24 ottobre alle Capannelle. La classica milanese, dirottata a Roma, a cent’anni dalla fondazione, per i danni causati al manto erboso di San Siro dall’infestazione di larve del parassita «Popillia Japonica Newman», era quasi una rivincita dell’Arc de Triomphe, e, in cima ala classifica dei vincitori c’è sempre il nome di Camici, a segno 13 volte: con Erba (1929), Ello (1933), Ostia (1934), Milazzo (1937), Lafcadio(1939), Tenerani (1947), Astolfina (1948), Antonio Canale (1949, in parità con Grifone, montato da Armando Marchetti), Daumier (1951), Caran d’Ache (1952), Ribot (1955), Tissot (1956) e Molvedo (1961).
Insieme agli ospiti, Filippo Brusa sottolinea il prezioso lascito al galoppo italiano di Camici che, come ribadisce Gaetano Benetti, continua a essere «un esempio per tutti».
Non manca il saluto a Gianfranco Verricelli, scomparso, nella notte tra sabato e domenica, all’età di 74 anni. Dopo essere stato allievo fantino alla Dormello Olgiata, aveva montato anche per Gaetano Benetti, diventando poi allenatore e allevatore, e trasmettendo l’amore per i cavalli al figlio Gianluca, anche lui allenatore.

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Filippo Brusa

«e nadi contra suberna»

Arnaut Daniel, il trovatore limosino citato con onore da Dante nel De Vulgari Eloquentia e proclamato, per bocca di Guido Guinizzelli, al verso 117 del ventiseiesimo canto del Purgatorio, «miglior fabbro del parlare materno», di sé ha confessato:
«Jeu sui Arnautz que amas l’aura
E chass la lievra ab lo bou
E nadi contra suberna».
Tradotti dal provenzale, questi tre versi suonano così:
«Io son Arnaldo che accumulo il vento
e vado a caccia della lepre col bue
e nuoto contro corrente».
«E nadi contra suberna»
«E nuoto contro corrente»
è il motto del sito di Filippo Brusa, giornalista che si pone controcorrente rispetto alla narrazione dominante, inseguendo la verità contro ogni censura, lottando contro l’ipocrisia del politicamente corretto e combattendo contro la resezione del non conforme praticata dal «pensiero unico» e dall’odiosa «cancel culture».
Per queste finalità ha fondato Rivincere

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